La famiglia degi hikikomori. Come i genitori vedono il figlio
Secondo Charmet i vari cambiamenti citati nel precedente articolo fanno sì che nella famiglia degli hikikomori i genitori, quando nasce un bambino, non lo vedano più come un piccolo selvaggio da addomesticare, bensì come un cucciolo d’oro da adorare e proteggere, un essere estremamente buono e positivo di natura, e di cui bisogna cercar di far crescere nella maniera più spontanea possibile le aspirazioni ed inclinazioni naturali:
Nel corso degli ultimi anni le madri e i padri hanno modificato le idee guida e i sistemi di rappresentazione della funzione genitoriale nei confronti del loro cucciolo…
Guardando il proprio cucciolo addormentato nella culla dopo il lungo travaglio del parto a nessuna madre e a nessun padre è venuto in mente che si trattasse di un piccolo selvaggio da civilizzare… la natura del loro cucciolo è buona… non progettano perciò di farsi obbedire per paura dei castighi, né ritengono che serviranno molte regole. Ci vorrà molto amore, questo sì: è così che crescono i bambini, circondati dall’amore degli adulti che gli fanno passare la paura iniziale… i bambini crescono bene e sono contenti e buoni se i genitori li capiscono, vogliono bene alla loro intrinseca natura e li assecondano nei loro naturali e sanissimi desideri.
Charmet, 2008
La madre
Nelle famiglia dei ragazzi hikikomori il rapporto fra il bambino/adolescente e la madre sembra essere molto intenso ed avvertito da entrambi come unico, caratteristiche che d’altra parte implicano anche una discreta difficoltà al momento di distaccarsi da tale figura materna ed entrare nel mondo adolescenziale:
(…) Le madri di questi ragazzi sono spesso donne che hanno costruito una relazione intensa e complice con il loro bambino, tale da oscurare la figura paterna: si tratta di un rapporto caratterizzato da alleanza, appartenenza, complicità in cui il figlio spesso si configura come una persona responsabile e matura, di cui ci si può fidare e a cui si può confidare la propria tristezza e le proprie preoccupazioni. Nel momento in cui il figlio entra in adolescenza ed inizia a manifestare i primi segnali di crisi, queste madri, che si trovano sole ed impreparate ad affrontare la situazione, reagiscono con molta ansia e preoccupazione.
Lupi e Zavarise, 2014
Inoltre è necessario ricordare che nella famiglia degli hikikomori gli adolescenti ritirati vivono e passano tutto il loro tempo in casa, ossia nello stesso ambiente vitale della madre. Il rapporto con lei in un modo o nell’altro continua ad essere centrale, è difficile staccarsi, la vicinanza fisica è troppo forte:
Il ragazzo hikikomori appare, piuttosto, essersi in qualche modo ‘ritirato’ proprio in casa di quella madre che tutti i suoi coetanei rifuggono… a pochi metri dal suo corpo accuditivo ha deciso di far accedere tutti i principali avvenimenti della sua vita psichica adolescenziale (…) in altre parole, l’adolescente ritirato sceglie di dipendere ancora un po’ dalla madre.
Comazzi, 2014
Si cerca di crescere nonostante si debba rimanere vicini alla madre; di fatto le si può rimanere vicini, l’importante per l’adolescente ritirato è che non si regredisca alla dipendenza infantile;
L’obbiettivo del ragazzo ritirato sembra dunque essere quello di sostare in uno stato di equilibrata sospensione”. (Comazzi, 2014).
Il padre
Il padre, invece, -pur essendo la chiave di volta del futuro trattamento terapeutico degli adolescenti ritirati- soprattutto all’inizio si pongono in secondo piano rispetto alle dinamiche ed i problemi familiari, come se non avessero la stessa voce in capitolo della madre:
(…) Prima di tutto questi padri non sono assenti, molto spesso presentissimi e molto ingaggiati con i loro figli (…) li hanno sempre seguiti con attenzione, intervengono molto nella relazione educativa e ci tengono a dire la loro… Non sono padri assenti, sono però padri in empasse.
Piotti, 2014
Ma questi padri sono in empasse perché è successo un qualcosa di grave nella loro vita: hanno fallito, non sono stati in grado di crescere il loro figlio. Vorrebbero imporre regole, ma i figli non ne riconoscono la funzione, senza dimenticare che nel nuovo schema familiare la colpa e la punizione non fanno più parte del quotidiano.
Nella famiglia degli hikikomori ci sono diverse volte figure paterne deboli, non riconosciute come importanti o autorevoli, per quanto al tempo stesso essi possano essere professionisti o lavoratori affermati:
(…) si tratterebbe di padri che, pur rivestendo di solito posizioni sociali molto buone, ed avendo ottenuto molteplici riscontri in termini di carriera, sono segnati da questo stigma, da quest’idea di fallimento.
Piotti, 2014
Gli stessi Lupi e Zavarise fanno notare le dinamiche interne alla famiglia degli hikikomori, dove questi padri “sono uomini che sono stati esclusi dalla complicità del rapporto madre-figlio e che spesso si sono allontanati investendo il loro tempo nel lavoro e stando molto fuori casa. Sono padri che sono stati idealizzati dal figlio nei primi anni di vita, ma che in realtà sono molto fragili. Sono padri silenziosi e tristi che hanno fallito.” (Lupi e Zavarise, 2014).
Bibliografia
G.P. Charmet, Fragile e Spavaldo, 2008, Ed. Laterza.
Comazzi, Lupi e Zavarise, Piotti, in Coop. Sociale Il Minotauro, L’Intervento clinico con i ragazzi ritirati, ricerca-intervento presentata al convegno “La bruttezza immaginaria”, capitolo 11, 9-10 Maggio 2014.